10 foto che NON hanno fatto la Storia

Oggi si parla di Aylan, e della sua foto. Si dice che stia facendo la Storia. Crediamo di no. 

Il monaco buddista in Vietnam

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Autore: Malcom Browne


Princelist gioca ogni giorno con le immagini, e oggi tutti parlano di una foto, quella di Aylan. L’avete vista tutti. Come Federico Ferrazza, direttore di Wired, abbiamo più domande che risposte sul pubblicarla o meno. Perché, appunto, sì alla foto della bambina ustionata dal napalm? Perché era viva? E allora perché sì alle foto del cadavere di Che Guevara? Perché era già un’icona? O sì a quella di Gheddafi morto e insanguinato? Perché era un dittatore? O il no alle immagini di Lady Diana moribonda tra le lamiere della Mercedes schiantata nel tunnel dell’Alma? Non è racconto storico anche quello?

Come Ferrazza, ragioniamo. E ragionando emerge il timore che quella foto non farà la Storia, come dice Mario Calabresi, ma che sarà soltanto l’apice emotivo del racconto di una tragedia come tante di cui è fatta la stessa Storia. Oggi molte coscienze sono scosse, ed è probabile che lo rimarranno anche domani o dopo. Qualcuna di quelle coscienze andrà in un centro di accoglienza e darà una mano, un piccolo e prezioso aiuto. Altre continueranno a vivere come sempre, tra conti da pagare, figli da educare, un lavoro da svolgere o da cercare, momenti sui social o in rete a vedere come va il mondo, qualche fesseria da scrivere. Continueranno così, come è giusto, facendo né più né meno quel che facevano gli inglesi sotto le bombe dei nazisti: «Keep calm and carry on», saggezza poi finita su una linea di t-shirt.

Perché quella foto faccia la Storia – che vuol dire cambiarla – dovremmo tutti scendere in piazza ora, abbandonando ciò che ci impegna, e protestare con tutte le nostre forze contro i governi – il nostro, gli altri – che non fanno nulla per fermare la guerra in Siria. Che non fanno nulla per fermare gli scafisti e i naufragi dei barconi nel canale di Sicilia. O che, se fanno, fanno male, bloccando i migranti alla stazione di Budapest o sui confini macedoni.

Dovremmo urlare e indignarci, salvo scoprire che poi qualcosa si fa. Cose note: da quasi un anno una coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti lancia attacchi aerei in Siria contro l’Isis; la Germania che viola gli accordi di Dublino e accoglie tutti i rifugiati provenienti dalla Siria. O cose meno note, come l’importante accordo stretto dalla diplomazia italiana per agire sulle coste libiche (e il governo ci si è messo di mezzo, complicando le cose) in modo da controllare e reprimere l’azione degli scafisti.

Quelle risposte, probabilmente, non ci basterebbero. «Fate di più, fate di più!», continueremmo a urlare. Il sogno di tutti è che Aylan, 3 anni, sdraiato cadavere sulla spiaggia turca di Bodrum diventi la bacchetta magica che interrompa la tragedia siriana, fatta di morti in patria o in fuga da essa. Solo così quella foto farebbe la Storia, e tutti sappiamo che non accade così. Che nessuna delle foto di questa gallery – 10, prese pescando a caso dal mazzo – ha fatto la Storia. Non in Vietnam, dove il napalm ha continuato a bruciare. dove la pace non c’è. Non in Cina, dove i carri armati hanno spianato Tien An Men. Non in tutti i luoghi – quelli delle foto lì in alto, quelli di altre parti del mondo – in cui i drammi non si sono fermati.

Le immagini, la Storia, la raccontano. È il loro compito, e solo questo fanno. È la nostra certezza, granitica. Èd è da essa che, alla fine, ne deriva un’altra, molto meno solida ma comunque chiara: se fossimo stati un grande giornale, non l’avremmo pubblicata. La Siria è in guerra da 4 anni, i migranti fuggono da lì e da altrove e annegano da più tempo ancora. Aylan non aggiunge nulla alla sostanza di vicende che conosciamo benissimo, che fatichiamo a capire perché complesse e sfumate in mille elementi l’uno a contrasto dell’altro, che ci spaventano, ci indignano ma che sono con noi (tutti noi, politici e cosiddette «persone normali») ogni giorno, e non da oggi.

Le foto dalla Siria, o dal Canale di Sicilia, non mancano. Ne avremmo scelte altre, fossimo stati un grande giornale, per raccontare la Storia. Magari ci saremmo fermati a questa.


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